Categoria: zen e meditazione

Charlotte Joko Beck

Charlotte Joko Beck fu colei che, per prima, mi accompagnò con le sue parole sul sentiero dello zen. Il suo libro Zen quotidiano, Ubaldini Editore fu per me un autentico salvavita. Mi consentì di non soccombere ai numerosi problemi che la vita si inventa per noi e che all’epoca – ero giovane – mi tormentavano come fossero realtà. Insieme a Joko iniziai così a camminare sul sentiero che si sarebbe in seguito incanalato nella scrittura.

Nel 1991, l’anno in cui uscì l’edizione italiana, l’insegnamento dello zen come pratica di vita (relazioni e lavoro) fu per me esplosivo e preponderante. A tal punto che offuscò persino la curiosità di conoscere il volto dell’autrice e scoprire qualcosa su di lei.

Più di trent’anni dopo, osservando il panorama mutevole della natura dal mio eremo montano, mi sono resa conto all’improvviso di questa lacuna. Sono andata a cercare immagini e notizie su di lei. Strano ma vero. Mi è venuto il desiderio di conoscere Joko, la Maestra zen che mi ha condotto amorevolmente sul sentiero.

Cosa ho scoperto di lei? Piccole e grandi cose, come piccolo e grande è lo zen: la capocchia di spillo a cui dedicare la vita dopo averne assimilato la preziosità.

Ciò che segue è solo una minima parte delle tante notizie che ho iniziato ad appuntarmi su un quaderno (forse per un successivo articolo).

Ho scoperto che era nata nel 1917 e che andò verso la luce (o verso la rinascita successiva) nel 2011. Che continuò a insegnare la semplicità e la concretezza dello zen fino a 90 anni.

Ho scoperto che faceva pilates quando ancora nessuno conosceva questa disciplina. Che era madre di quattro figli. Che suonava il pianoforte e che si era diplomata al Conservatorio di Oberlin.

Ho scoperto che iniziò a interessarsi allo zen quando aveva 50 anni, dopo un dibattito tra un monaco zen e un sacerdote cristiano. Che il suo primo maestro fu Maezumi Roshi, che insegnava allo Zen Center di Los Angeles. Che per seguire le sue lezioni partiva da San Diego (dove abitava e lavorava alla segreteria del Dipartimento di Chimica dell’Università). Ed erano necessarie quattro ore di macchina. Due all’andata e due al ritorno.

Ho scoperto inoltre che Charlotte si trasferì allo Zen Center per praticare a tempo pieno soltanto quando andò in pensione. E nel 1983 iniziò ad avere i suoi primi allievi. Poi tornò a San Diego.

Citazione dalla prefazione di Jan Chozen Bays (allievo di Joko) al libro Meraviglia quotidiana – Ubiliber 2022:

Uno dopo l’altro la seguimmo a nord e creammo una vivace comunità zen, un ibrido tra una comune hippy e un monastero zen, pieno di giovani determinati a ottenere l’illuminazione […] la gente si metteva in coda nel corridoio davanti al suo appartamento, in attesa di parlare con lei. Diceva che, anche se era poco ortodossa nel suo approccio alla pratica, Maezumi Roshi aveva fatto di lei una maestra perchè vedeva che gli allievi ne erano naturalmente attratti.

A San Diego nel 1983 Joko fondò la Ordinary Mind Zen School dove continuò a dare istruzioni di vita concrete, trasformando i rituali zen in pratica quotidiana. La Ordinary Mind Zen School è attualmente a New York.

Il cardine del suo insegnamento fu sempre questo: la meditazione ti offre la libertà, anche se il cambiamento richiede anni di pratica.

Però, sai com’è, c’è un’enorme differenza fra essere completamente invischiati ed essere districati al 50%. Essere districati al 50% significa essere al 50% liberi.

Meraviglia quotidiana è il libro pubblicato postumo dalla figlia Brenda Beck Hess nel 2021 per Shambala Publication . Tradotto nel 2022 da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana. Con dedizione Brenda ha ascoltato e trascritto i nastri di molte delle conferenze tenute dalla madre rendendole così fruibili a tutti noi.

A questo punto, non posso che citare le parole finali che Brenda scrive nell’introduzione a Meraviglia quotidiana. Parole che si accompagnano al grazie che io stessa rivolgo ancora oggi a Joko per avermi condotta sul sentiero e salvato la vita.

Sarò sempre grata a mia madre. I suoi insegnamenti mi hanno salvata. L’esempio della sua pratica intelligente e meticolosa, durata tutta la vita, è stato il modello per tante nostre esistenze nella pratica zen. Lei è stata disposta a sobbarcarsi quel lavoro. Spero che troverete le sue parole utili a sostenervi nel ritorno alla vostra vita, alla pace e alla gioia che essa è.

Oltre a Zen quotidiano e Meraviglia quotidiana non si può non leggere Niente di speciale, Ubaldini 1994 perchè in esso è custodito un tesoro. Eccolo: “Quando la pratica perde il suo alone di romanticismo, quando cadono le aspettative di diventare virtuosi e importanti, resta solo la vita così com’è”.

Chi pratica lo zen da tanto tempo e ne sta gustando la sua essenza più pura, sa il valore incommensurabile di questa frase.

Infine, sul concetto di “perfezione”, anch’esso importantissimo nell’insegnamento di Joko, vi consiglio la lettura proposta da questo video: Cosa è la perfezione.

Che la vostra vita possa essere illuminata!

Foto articolo: Miguel Palomino Urdapilleta da Pixabay

Foto di Charlotte Joko Beck: Ordinary Mind Zendo

Zen e montagna

Zen e montagna. Un paragrafo del libro Un sapere sottile del maestro ch’an Sheng-Yen mi ha fatto riflettere sull’attrazione che molti praticanti sentono verso il paesaggio montano. Non per niente diversi templi sorgono in località di alta quota che garantiscono pace e silenzio, ad esempio il monastero zen di Berceto. La vita in un eremo è giustamente molto ambita dai praticanti di ogni sentiero spirituale (non solo zen).

Ecco dunque la citazione del maestro Sheng-Yen che, solo all’apparenza, può sembrare controcorrente:

Quando arriviamo alla terza fase del Percorso del Bodhisattva il picco più alto della montagna e la valle più profonda sono la stessa cosa. Pensate a questo: dal punto di vista di una persona che si trova su un satellite e guarda giù verso la terra, la cima più alta dell’Himalaya è un punto in basso […] Un Bodhisattva al terzo livello non ha sentimenti di gioia nè di sofferenza, ma il suo corpo percepisce sensazioni normali. Per esempio, se non ha mangiato avrà fame; se la temperatura è fredda o calda avrà la sensazione del freddo o del caldo, ma non ne sarà disturbato […]

Per la maggioranza di noi praticanti (che pertanto non siamo ancora alla terza fase del Percorso del Bodhisattva), l’ambiente/il paesaggio che accoglie il nostro sentiero spirituale può esserci o meno d’aiuto. In montagna (e con montagna intendo quella selvatica e non certo quella turistica) la pratica è di sicuro facilitata. I “disturbi” sono minori e i rituali che mettiamo in essere sono in sintonia con i ritmi della natura e la respirano a fondo.

A questo punto mi viene spontaneo pensare al percorso di addestramento dei cani. L’addestratore, prima di abituarli a un corretto comportamento in ambiente urbano, inizia ad addestrarli in situazioni tranquille, senza distrazioni, per procedere in seguito con situazioni a bassa distrazione e poi, ancora in seguito, a media e infine alta distrazione.

Quando si decide di addestrare la mente alla pratica zen penso che sia importante procedere con gradualità allo stesso modo con cui si addestrano i cani. La montagna selvatica è per il praticante il luogo ideale sia per lo zazen (meditazione seduta) sia per la meditazione in marcia in ogni singolo attimo del giorno. Non solo la mente non ha intorno a sè distrazioni, motivi di stress, sollecitazioni sensoriali disturbanti continue (pensate al caos e al rumore delle grandi città), ma si trova a praticare in un ambiente che gli dona ripetute piccole/grandi esperienze di Nirvana, di quiete, di bellezza, di estasi. La spiritualità in montagna è tangibile ovunque.

In montagna è possibile sperimentare il Nirvana come stato della mente successivo/conseguente all’Estasi (beatitudine) e al Satori (illuminazione): uno stato prolungato di quiete mentale particolarmente/completamente appagante in cui si vive il così detto contatto col cielo (la parte spirituale che è in noi e che, pur essendo in noi, percepiamo come esterna).

Gli assaggi di Nirvana donati dalla pace e dalla bellezza della natura aiutano i praticanti a procedere nel sentiero, finchè giungerà il momento in cui – come dice il maestro Sheng-Yen – il picco più alto della montagna e la valle più profonda saranno la stessa cosa, ed anche il caos e il rumore della città non avranno più il potere di distruggere la nostra quiete e il nostro zen.

Di certo la condizione mentale di calma e felicità assoluta vissuta in ambiente senza distrazioni è molto fragile. Ma esserne consapevoli è già un aiuto. Ogni volta che sarà inevitabile calarsi in situazioni a rischio, sarà importante essere molto vigili e intervenire subito al primo segno di disagio. A poco poco ci addestreremo a un sempre maggiore distacco dalle contrarietà. A poco a poco impareremo a vivere gli imprevisti indesiderabili senza lasciarci intrappolare. Cerchiamo solo di avere pazienza ed essere amorevoli con noi stessi, praticando con disciplina nella quotidianità.

A questo punto, concludo l’articolo con un brano tratto da Scrivere Zen e Satori creativo che mi sembra adatto al discorso:

Nulla è definitivo, certo, si può ricadere in trappola e perdere bellezza, calma e libertà da un momento all’altro; possiamo ri-complicarci la vita e ri-cadere in basso … la società attuale sta mirando a questo con un fucile di estrema precisione puntato su ognuno di noi, ma chi pratica lo Zen in modo autentico e consapevole sa, dopo la percezione del Satori, di avere raggiunto una “porta senza porta”, e questo lo rassicura. Non si tratta di una porta blindata! Nulla da scassinare, nulla di difficile. Se c’è una ricaduta, consideriamola passeggera … basta intervenire subito, cambiare registro, ritornare dalla terra al cielo. Ora sai cosa significa e sai come fare. Quando la vita ti dona le condizioni giuste al Satori, è tuo compito proteggerle e preservarle.

[…] quando si attraversa quella porta senza porta, si cammina liberamente tra cielo e terra.

Cerchiamo dunque di proteggere e preservare le condizioni esterne giuste per l’Estasi, per il Satori, per il Nirvana. E ogni volta che le condizioni esterne giuste non ci saranno, cerchiamo al più presto di ritornare ad esse. Non restiamo giù in basso! Proviamo subito ad elevarci nuovamente (e ognuno sa in che modo farlo) finchè un giorno la percezione muterà: non ci sarà più nè basso nè alto, nè monti nè valli, nè montagna nè città.

La frase conclusiva della citazione è tratta da La porta senza porta, Adelphi 1987 (libro consigliatissimo).

Che la vostra/nostra vita possa essere illuminata!

Leggi anche: Ryokan, monaco zen e Scrivere Zen e Satori creativo

Foto di wurliburli da Pixabay

Ryōkan, monaco zen

Ryōkan, monaco zen. Oggi ho deciso di raccontarvi qualcosa su di lui.

Lo “incontrai” un giorno d’inverno di tanto tempo fa. Stavo passeggiando in via XX Settembre insieme a un musicista conosciuto a “Musang Am”, il tempio della non-forma della comunità chan “Bodhidarma” di Lerici. Al termine della nostra passeggiata gli regalai il mio cappello grigio di pelliccetta sintetica (quello che appare indosso a un personaggio di un mio romanzo, non so più quale). Lui mi regalò un libricino giallo ocra: Poesie di Ryōkan, monaco dello zen – Edizioni La Vita Felice.

E fu così che questo eremita di montagna entrò nella mia vita.

Spesso ho utilizzato le sue poesie durante i miei corsi di scrittura zen. Possiedono incipit meravigliosi che hanno il potere di trasferirci all’istante nell’autentico spirito del “qui e ora” e, soprattutto, in quella dimensione di semplicità essenziale/libertà interiore/compassione che tanto fa bene all’anima e alla scrittura. I passi amorevoli di Ryōkan incontrano i nostri passi che, sul foglio, si fanno più leggeri e contemplativi; la sua visione attrae la nostra visione e richiama immagini suggestive di tenerezza e di natura.

Daigū Ryōkan (1758-1831) è stato un monaco mendicante della tradizione Sōtō Zen, vissuto per trent’anni nell’eremo di Gogōan, sulle montagne.

Girava per i villaggi a chiedere elemosina e offriva poesie a tutti coloro che riempivano di cibo la sua ciotola. Il suo nome significa “grande pazzo, buono e generoso”. E per molti fu davvero il monaco pazzo, nel senso più amorevole del termine. Nella sua immediata spontaneità e frugalità di vita ha però composto in totale millequattrocento poesie in stile giapponese, quattrocentocinquanta in stile cinese, oltre cento haiku e un epistolario, suscitando ammirazione fra i più grandi scrittori e poeti giapponesi (e non solo).

Kawabata Yusunari lo ha ricordato e citato ben cinque volte nel discorso tenuto alla cerimonia per il Premio Nobel per la letteratura nel 1968.

È comunque opportuno fare un breve excursus dei passi che hanno condotto Ryōkan ai suoi anni più felici (quelli appunto dell’eremo di Gogōan) e all’autentica vita di monaco Zen mendicante.

A diciotto anni, il 18 luglio 1775, con una decisione improvvisa che meravigliò tutti entrò nel tempio Kōshōji di Amaze per farsi monaco. Il giorno precedente aveva bevuto sakè e danzato fino alle prime ore del mattino. Rimase però nel tempio Kōshōji per quattro anni come semplice laico, abituandosi alla stretta disciplina Zen senza che si verificasse in lui un vero cambiamento interiore.

Il passo successivo fu l’incontro con il suo vero Maestro, Kokusen Dainin, giunto nel tempio per alcune conferenze. Ryōkan decise subito di seguirlo a Entsūji, affrontando con lui un viaggio di due mesi. Qui iniziarono i suoi dodici anni come novizio, fatti di meditazione, questua, colloquio quotidiano con il Maestro, recita dei Sutra e lavoro manuale dalle tre del mattino alle nove di sera. In questo modo realizzò il lento processo di purificazione che porta alla “Grande Morte”, ovvero alla caduta dell’Io, alla rinascita spirituale e alla completa libertà interiore. All’età di trentatrè anni, ricevette da Kokusen Dainin il certificato che lo rese idoneo a insegnare lo Zen e a prendere possesso di un tempio.

A Ryokan, buono e pazzo, che cammina nella Via liberamente, senza intralci, difficile seguirlo, consegno questo certificato assieme al bastone di legno. Dovunque vada troverà pace, come se fosse a casa sua.

Nonostante il certificato, Ryōkan decise di essere un monaco itinerante, senza una famiglia, senza un tempio e senza discepoli. E iniziò un pellegrinaggio durato cinque anni per varie regioni e santuari del Giappone, finchè decise di trovarsi un luogo adatto in cui fermarsi a vivere secondo la sua indole. La ricerca durò altri otto anni, finchè giunse all’eremo di Gogōan (1804) sul monte Kugami.

Sotto i boschi del monte Kugami vivo in pace: unico compagno un nodoso bastone. Dal giorno della mia venuta in questo luogo sono trascorsi molti anni. Quando sono stanco, mi riposo; quando sto bene, metto i sandali e cammino. Non mi curo delle lodi degli altri, non mi lamento del loro disprezzo. Con questo corpo, ricevuto dai genitori, mi abbandono al mio destino, gioiosamente.

A sessant’anni, quando non riuscì più a sopportare il freddo invernale nel suo eremo, decise di scendere dalla montagna e di sistemarsi in un piccolo alloggio nel recinto del tempio scintoista di Otogo. Qui ebbe l’opportunità di scambiare poesie e di dare consigli ai giovani che lo andavano a trovare. Ebbe soltanto un discepolo, nel senso tradizionale buddista, ma in tanti lo presero come confidente di vita e di poesia.

Da ragazzo ho studiato letteratura, ma non sono diventato maestro; da giovane ho praticato lo Zen, ma non ho trasmesso la lampada.

Sconforto? Forse sì. Oltre lo Zen, anche in Ryōkan emerge ciò che è naturale in ogni essere umano: la fragilità. Ed ecco una mano che si avvicina, un’affinità d’anima. Il conforto della vecchiaia di Ryōkan è una giovane monaca, Teishin, che era andata a fargli visita dopo aver letto alcune sue poesie. Tra loro nacque una profonda amicizia.

Teishin ha ventinove anni. Il suo nome significa “monaca dal cuore puro”. Durante la sua vita scrisse una raccolta di trecentosettantacinque poesie dal titolo “Rugiada sul fiore di Loto”, in cui sono inserite anche le quarantotto poesie che Ryōkan le dedicò dal giorno del primo incontro a quello della sua morte. Quanto sarebbe bello scrivere un romanzo su questo inaspettato amore!

I passi del monaco mendicante Ryōkan non avrebbero potuto concludersi meglio. Lasciò questo mondo serenamente il 6 gennaio 1831, all’ora del tramonto.

Quando, quando? ho gridato. Ciò che ho desiderato per lungo tempo è finalmente arrivato. Con Lei, ora ho tutto ciò di cui ho bisogno. Teishin

Quando verrà? Mi chiedevo nell’attesa. Ora che è venuta, non aspetto altro. Ryōkan

Foto di Trung Phan da Pixabay