Zero Candido: tutto iniziò in piazza Valoria. Perchè?

A volte capita di incontrare luoghi e situazioni che identifichi come “inizio di un romanzo” senza sapere nè il perchè nè a quale storia ti condurranno. Le sensazioni dell’attimo presente e le percezioni più sottili che da esso scaturiscono si trasformano immediatamente in parole nella tua testa: è un primo capitolo, ne sei sicura, e poi chissà. Tiri fuori dalla tasca carta e penna e scrivi. Scrivi e basta. Cosa ne uscirà non importa saperlo. La scrittura zen è/deve essere “senza destinazione”, come dice Natalie Goldberg.

Dunque, tutto iniziò in piazza Valoria. La conoscete?

A Genova, risalendo via San Lorenzo, più o meno all’altezza della Cattedrale si imbocca un vicolo a destra. L’indicazione è quella di una piccola e graziosa libreria: Bookowsky – libri usati e nuovi.

Un giorno m’intrufolai in questa piazzetta e, in quell’attimo, un tavolino esposto davanti alla libreria e un concertino gospel piantarono nella mia immaginazione il primo seme.

“Zero Candido” iniziò a prendere vita su un foglio vergine. Alla libraia di Bookowsky si sovrappose in modo spontaneo il volto di Sarah, personaggio di un mio precedente romanzo – “Guimauve” – e fu un secondo seme che, all’istante, iniziò a germogliare.

Dopo questa premessa, sappiate che incontrerete a breve l’inizio del romanzo. Voglio utilizzare questo blog come una panchina. Immaginate di essere stanchi e di avere appena deciso di riposarvi un pò; sulla panchina in un parco trovate un foglio abbandonato: sembra la pagina di un libro, certo, ma senza il nome dell’autore nè alcun titolo. Siete incuriositi e iniziate a leggere. Al posto del foglio avreste potuto trovare un abito bianco ben ripiegato o un pezzo di lapide con scritto LOVE. Nell’aria c’è profumo di caprifoglio e un pulviscolo strano: sembra zucchero a velo e va quasi alla testa…

Una goccia d’acqua e tutto sarebbe diverso, ma il sole non piove. Con sagacia imbocca un illogico percorso fra i vicoli che gli consente di essere presente ovunque. Si introduce dall’alto e si frammenta: mimesi dell’anima, linguaggio scenico, forme geometriche incollate ai muri. Un abile architetto potrebbe acchiapparle allungando le braccia, metterle in piano una accanto all’altra e consentire alle persone di sdraiarsi su un tappeto luminoso. Sono invece le persone stesse che allungano le braccia senza riuscire ad acchiapparle. Non hanno dimestichezza con le geometrie né con le altezze. Ma il sole le abbraccia lo stesso, concentrato nei suoi tasselli quadrati, rettangolari, romboidali, e va bene così. Sono a destra e a sinistra, fra pantaloni stesi e tapparelle socchiuse, fra scogli di erba miseria e gerani ricadenti. Mi guardo attorno e penso al filo d’orizzonte di Tabucchi, che sempre mi si avvicina, mi cattura e spesso mi fa inciampare, e penso a Cortazar, al suo gioco del mondo, e penso a Esher, alle sue costruzioni impossibili e alla coesistenza di situazioni diverse nello stesso spazio, forse lo spazio di un romanzo o quello di una scatola. L’immaginazione e le parole si espandono e i pensieri si mischiano per dare vita a qualcosa. Qualcosa cosa? Non lo so. Devo scrivere, lasciarmi trasportare dall’immediatezza confusa che mi ronza in testa o perderò tutto, ma non ho un taccuino con me, non lo porto mai dietro, è un mio difetto. A questo punto, l’udito e la convinzione che nella vita sia necessario ingerire ogni stimolo sensoriale che si presenta mi salvano dall’ansia. Mi sporgo e ascolto. È un coro gospel, non c’è dubbio, e la sacralità del pentagramma mi distoglie dall’assenza di taccuino. Mi addentro in vico Valoria sino alla piazzetta e li vedo. Sono in sei, due uomini e quattro donne. Indossano magliette bianche con una scritta che da lontano non riesco a leggere. Nessuna tunica e nessun leggìo, l’abbigliamento è casual. Hanno voci che si armonizzano una nell’altra e sbucano dalle note come fiori. Le vedo sbocciare e sento profumo di caprifoglio, uno spasimo che mi solleva le narici e mi eccita la pelle. È un brivido. Caprifoglio? mi chiedo. Profumo di caprifoglio qui in città? […]

Il profumo di caprifoglio tornerà più volte nel corso del libro. Anch’esso è finito nelle pagine per caso – un nome di fiore come un altro, uscito dalla penna nel “qui e ora” – e soltanto in seguito si è dischiuso alla simbologia floreale come rappresentante del legame d’amore, argomento che nella trama di “Zero Candido” ha una sua ben precisa collocazione e funzione.

Ma torniamo a piazza Valoria. Dicono che il nome sia una derivazione di “valauri”, i campanari della Cattedrale di Genova che avevano qui le loro abitazioni. Un’altra curiosità riguarda i garibaldini, perchè al n. 4 della piazza aveva il suo atelier fotografico Alessandro Pavia (1824-1889), il fotografo che li immortalò uno a uno e che, all’indomani della spedizione dei Mille con partenza da Quarto, decise di realizzare un album con i loro ritratti.

I primi semi di “Zero Candido” sono quindi germogliati in un luogo non anonimo. Bellissimo e suggestivo è anche Palazzo Sopranis, XVI secolo, con la sua facciata affrescata nelle tonalità calde del sole e degli agrumi. I Sopranis erano una famiglia nobiliare genovese di mercanti di frutta e verdura. Nel palazzo a fianco, palazzo Crosa Vergagni, è invece incastonata un’edicola votiva col dipinto di una Madonna con bambino. Nell’epigrafe: Mater pietatis ora pro nobis.

Ecco, tutto iniziò quel giorno in piazza Valoria, che presto si trasfigurò in luogo di partenza di un viaggio interiore, perchè “Zero Candido” è essenzialmente questo: una partenza, un andare oltre, un ritornare. Sarah, la libraia, già protagonista di “Guimauve” , esprime il desiderio di partire e affida la sua libreria in piazzetta a un’amica, Marta, disponibile a tenere aperto almeno due, tre giorni la settimana e forse anche di più.

Immaginate ora di trovare un altro foglio su un’altra panchina, abbandonato e misterioso come il precedente. Ancora una volta non c’è traccia di chi l’abbia scritto e a quale romanzo appartenga (ma è chiaro che appartiene anch’esso a un romanzo).

[…] Ogni vicolo gode della particolare luce del primo mattino, filtrata dal vapore d’acqua che si alza dai lastroni di pietra appena lavati. I loro passi sono concitati. Il rumore delle rotelle della valigia rimbomba eccessivo mentre portoncini si aprono e altri si chiudono. Qualcuno esce a scheggia, a testa bassa, bisogna fare attenzione. Cani e padroni dei cani sono l’umanità prevalente e ogni cane ha le sue preferenze per fare i bisogni. «Domani ti chiamo quando posso, non so ancora cosa succederà.» «Non sei obbligata a chiamarmi, Sarah. Se non ti sento, vorrà dire che è tutto a posto. Io ti chiamo solo per la libreria, se mi troverò nelle canne con qualche cliente. Pessoa? Dove trovo Pessoa? Guardi lassù, deve essere vicino al soffitto. Ha la scala? Come faccio ad arrivare al soffitto? Non si preoccupi. Sulla scala salgo io che lei non può rischiare di cadere. Salgo e Pessoa non c’è. Allora ti chiamo e ti chiedo dove hai messo Pessoa. E tu mi dici che Pessoa forse è finito. L’ultimo Pessoa lo hai venduto la settimana scorsa. Io dico al cliente che Pessoa è finito e di ripassare tra qualche giorno che me lo procuro. Mi lascia il numero di telefono per essere avvertito e mi accorgo che è un tipo interessante.» «Può succedere, Marta, magari ti capita il filosofo, lo psichiatra o l’astrofisico.» «Mi stai prendendo in giro?» «E perché dovrei? È gente che legge e che bazzica le librerie.»

Tutto iniziò quel giorno in piazza Valoria. Era il 21 maggio 2022 e il Centro Storico ospitava la Genova BeDesign Week. Per questo motivo io ero a gironzolare per vicoli e palazzi antichi allestiti per l’occasione; per lo stesso motivo in piazzetta Valoria cantava un piccolo coro gospel: i Double Trust Choir. Erano vestiti di nero, ma per esigenze narrative si sono ritrovati vestiti di bianco ed immersi nel profumo di caprifoglio. Forse non lo sapranno mai. In loro rimarrà solo il ricordo di aver cantato un giorno in una suggestiva piazzetta di Genova. Era maggio, e passava di lì una scrittrice zen.

PAOLA FARAH GIORGI LIBRI

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