Javier Marías (1951-2022), scrittore spagnolo. L’ho incontrato come lettrice alcuni mesi fa, era estate. Ma soltanto in questi giorni ho avuto conferma che si tratta di uno scrittore zen, come io definisco un certo tipo di scrittori. Abbiate un minimo di pazienza e vi spiegherò. Javier sa vagare con la bussola.
Ma facciamo un passo alla volta.
Il libro che alcuni mesi fa mi ha incuriosito, inizialmente per il titolo, l’ho adocchiato in un piccolo coloratissimo bookcrossing di montagna:
Einaudi 2001, Quand’ero mortale. Chissà chi l’ha portato!
La funzione dei bookcrossing è importante. Ammiro a dismisura le persone che mettono a disposizione di altri lettori opere di qualità e non solo i libri ingialliti di cui vogliono disfarsi.
Va detto che il mio sguardo si poggia all’istante sui libri Einaudi e Adelphi, che sono per me una calamita sempre. Anche in biblioteca, nei mercatini dell’usato e nelle librerie. Quando li intravedo – in alcuni casi mischiati ad altre pubblicazioni più commerciali e (forse) insignificanti – ringrazio il cielo. Leggerò di sicuro qualcosa di estremamente interessante! Scoprirò un altro autore che di sicuro mi lascerà a bocca aperta e mi insegnerà qualcosa! Ed è quasi sempre così.
In questo modo, scrutando in un bookcrossing di montagna (se ne possono trovare anche in luoghi impervi e impossibili) conobbi Javier Marías. Una meravigliosa estate e tanta voglia di scoprire autori ancora sconosciuti.

Quand’ero mortale è una serie di racconti che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa. Originalità assoluta e i finali che ti spiazzano. Ma come fa a scrivere così? mi sono chiesta.
In seguito ho letto Berta Isla (che personalità pazzesca, questa donna), Tutte le anime (ma che tipi si possono incontrare a Oxford?) e, in questi giorni, Un cuore così bianco.
In Un cuore così bianco si parla di sospetti e di segreti, di fatti che devono necessariamente essere taciuti per non causare danni terribili (ne hanno già causato, e la cosa non deve ripetersi). Si sa, gli esseri umani a volte custodiscono zone d’ombra/buie che devono restare tali affinchè gli altri siano preservati da brutture e dolore, ed è così per Ranz, il padre del protagonista, eccellente esperto d’arte e uomo che non invecchia.
Le persone che conservano segreti per molto tempo non sempre lo fanno per vergogna o per proteggere se stesse, a volte è per proteggere gli altri, o per conservare amicizie, o amori, o matrimoni, per rendere la vita più tollerabile ai figli o per sollevarli da un’angoscia, ce ne sono già tante. Può semplicemente essere che non vogliano consegnare al mondo la relazione di un fatto che sarebbe stato meglio non fosse successo. Non raccontarlo significa cancellarlo un pò, dimenticarlo un pò, negarlo, non raccontare la loro storia può essere un piccolo favore da fare al mondo. Bisogna rispettarlo.
Oltre all’interesse per il dipanarsi degli eventi (quanta curiosità … fino all’ultimissima pagina), con questo romanzo mi sono appassionata sempre di più allo stile di Javier Marías. Ad esempio, le sue molteplici divagazioni non interrompono mai la trama, come purtroppo avviene in molti romanzi creando immenso fastidio in chi sta leggendo.
Le divagazioni di Marías fluiscono invece insieme alla trama, non la interrompono, scorrono con essa, appartengono allo stesso fiume di parole. Mi è venuto spontaneo assimilarle a una corrente più fredda o più calda all’interno della stessa acqua, dello stesso alveo. Per me, scrittrice, è stato un insegnamento e un modo di rappacificarmi con le divagazioni moleste: possono anche non esserlo.
E giunta all’ultima pagina, all’ultima parola, ho trovato inaspettatamente un regalo per me: la seconda delle due appendici presenti nel libro. Il suo titolo è Vagare con la bussola (un testo tratto dal volume Literatura y fantasma, Siruela, Madrid 1993). Ed ecco spiegata la mia allegrezza e ciò che ho anticipato ad inizio articolo.
Lo scrittore zen (come io lo concepisco) vaga soltanto con la bussola, e non c’è modo migliore di chiarire il concetto se non quello di utilizzare le parole stesse di Javier, quelle che sento sovrapporsi con precisione al mio essere di carta e penna.
[…] non solo ignoro ciò che voglio scrivere, e dove voglio arrivare, e non dispongo di un progetto narrativo da enunciare prima o dopo la stesura dei miei romanzi, ma non so neppure quando ne inizio uno, di cosa tratterà, o come si svilupperà, o quanti saranno i personaggi, nè come andrà a finire.
[…] Continuo a scrivere senza premeditazione, senza alcun obiettivo da raggiungere, e senza sentirmi obbligato a premettere: “con questo romanzo ho cercato di esaminare …”
[…] Io lavoro piuttostro con la bussola, e non solo ignoro i miei propositi e cosa voglio o di che parlare in ogni occasione, ma non conosco neppure la rappresentazione, per utilizzare un termine che possa contenere sia ciò che suole chiamarsi trama, argomento o storia, sia l’apparenza formale o stilistica o ritmica, sia la struttura.
[…] Non mi permetto di cambiare ciò che ho scritto a seconda che mi possa convenire o che stia scoprendo – esattamente come il lettore – di cosa si tratta o cosa succede in quel romanzo, ma mi obbligo ad attenermi a ciò che è già stato scritto, e faccio in modo che sia questo a condizionarne il seguito.
Sono parole che risuonano in me con estrema limpidezza. Javier ha scritto le sue opere nel “qui e ora” e nella sua forma più pura.
Vagare con la bussola non è seguire un percorso già tracciato, ma semplicemente l’essere sempre consapevoli di dove si sta andando, ad est oppure ad ovest, a nord oppure a sud, assecondando i passi senza dirigerli in altra direzione.
La consapevolezza del sentiero è un elemento essenziale in ogni cammino, che sia un sentiero di montagna o un percorso narrativo o un viaggio interiore/spirituale. La bussola della consapevolezza aiuta a non perdersi.

Foto di Rastislav Zvolanský da Pixabay
La magia di una scrittura senza programmazione e senza obiettivi continua ad affascinarmi e gratificarmi, e allo stesso modo gli autori che la praticano o l’hanno praticata. È così, le storie autentiche nascono da sè ed è una meraviglia. Se un giorno ci sarà mai una seconda edizione del manuale Scrivere zen e Satori creativo, di sicuro inserirò anche Javier Marías fra i tanti scrittori citati. All’epoca della stesura ancora non lo conoscevo.
Ed ora, avvicinandoci alla conclusione dell’articolo, vi anticipo che nel prossimo romanzo con Gigliola Vermuller protagonista (che sarà il quarto della serie) le metterò nello zaino anche una bussola, oltre alle barrette energetiche. Dopo Chiaronto, Tacca e il Vivaio del Preit, in quale altra borgata o zona della Valle Varaita finiremo? Lo scopriremo insieme.
Che la vostra vita sia felice e illuminata.
Foto articolo di kp yamu Jayanath da Pixabay














