Javier Marías, vagare con la bussola

Javier Marías (1951-2022), scrittore spagnolo. L’ho incontrato come lettrice alcuni mesi fa, era estate. Ma soltanto in questi giorni ho avuto conferma che si tratta di uno scrittore zen, come io definisco un certo tipo di scrittori. Abbiate un minimo di pazienza e vi spiegherò. Javier sa vagare con la bussola.

Ma facciamo un passo alla volta.

Il libro che alcuni mesi fa mi ha incuriosito, inizialmente per il titolo, l’ho adocchiato in un piccolo coloratissimo bookcrossing di montagna:

Einaudi 2001, Quand’ero mortale. Chissà chi l’ha portato!

La funzione dei bookcrossing è importante. Ammiro a dismisura le persone che mettono a disposizione di altri lettori opere di qualità e non solo i libri ingialliti di cui vogliono disfarsi.

Va detto che il mio sguardo si poggia all’istante sui libri Einaudi e Adelphi, che sono per me una calamita sempre. Anche in biblioteca, nei mercatini dell’usato e nelle librerie. Quando li intravedo – in alcuni casi mischiati ad altre pubblicazioni più commerciali e (forse) insignificanti – ringrazio il cielo. Leggerò di sicuro qualcosa di estremamente interessante! Scoprirò un altro autore che di sicuro mi lascerà a bocca aperta e mi insegnerà qualcosa! Ed è quasi sempre così.

In questo modo, scrutando in un bookcrossing di montagna (se ne possono trovare anche in luoghi impervi e impossibili) conobbi Javier Marías. Una meravigliosa estate e tanta voglia di scoprire autori ancora sconosciuti.

Quand’ero mortale è una serie di racconti che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa. Originalità assoluta e i finali che ti spiazzano. Ma come fa a scrivere così? mi sono chiesta.

In seguito ho letto Berta Isla (che personalità pazzesca, questa donna), Tutte le anime (ma che tipi si possono incontrare a Oxford?) e, in questi giorni, Un cuore così bianco.

In Un cuore così bianco si parla di sospetti e di segreti, di fatti che devono necessariamente essere taciuti per non causare danni terribili (ne hanno già causato, e la cosa non deve ripetersi). Si sa, gli esseri umani a volte custodiscono zone d’ombra/buie che devono restare tali affinchè gli altri siano preservati da brutture e dolore, ed è così per Ranz, il padre del protagonista, eccellente esperto d’arte e uomo che non invecchia.

Le persone che conservano segreti per molto tempo non sempre lo fanno per vergogna o per proteggere se stesse, a volte è per proteggere gli altri, o per conservare amicizie, o amori, o matrimoni, per rendere la vita più tollerabile ai figli o per sollevarli da un’angoscia, ce ne sono già tante. Può semplicemente essere che non vogliano consegnare al mondo la relazione di un fatto che sarebbe stato meglio non fosse successo. Non raccontarlo significa cancellarlo un pò, dimenticarlo un pò, negarlo, non raccontare la loro storia può essere un piccolo favore da fare al mondo. Bisogna rispettarlo.

Oltre all’interesse per il dipanarsi degli eventi (quanta curiosità … fino all’ultimissima pagina), con questo romanzo mi sono appassionata sempre di più allo stile di Javier Marías. Ad esempio, le sue molteplici divagazioni non interrompono mai la trama, come purtroppo avviene in molti romanzi creando immenso fastidio in chi sta leggendo.

Le divagazioni di Marías fluiscono invece insieme alla trama, non la interrompono, scorrono con essa, appartengono allo stesso fiume di parole. Mi è venuto spontaneo assimilarle a una corrente più fredda o più calda all’interno della stessa acqua, dello stesso alveo. Per me, scrittrice, è stato un insegnamento e un modo di rappacificarmi con le divagazioni moleste: possono anche non esserlo.

E giunta all’ultima pagina, all’ultima parola, ho trovato inaspettatamente un regalo per me: la seconda delle due appendici presenti nel libro. Il suo titolo è Vagare con la bussola (un testo tratto dal volume Literatura y fantasma, Siruela, Madrid 1993). Ed ecco spiegata la mia allegrezza e ciò che ho anticipato ad inizio articolo.

Lo scrittore zen (come io lo concepisco) vaga soltanto con la bussola, e non c’è modo migliore di chiarire il concetto se non quello di utilizzare le parole stesse di Javier, quelle che sento sovrapporsi con precisione al mio essere di carta e penna.

[…] non solo ignoro ciò che voglio scrivere, e dove voglio arrivare, e non dispongo di un progetto narrativo da enunciare prima o dopo la stesura dei miei romanzi, ma non so neppure quando ne inizio uno, di cosa tratterà, o come si svilupperà, o quanti saranno i personaggi, nè come andrà a finire.

[…] Continuo a scrivere senza premeditazione, senza alcun obiettivo da raggiungere, e senza sentirmi obbligato a premettere: “con questo romanzo ho cercato di esaminare …”

[…] Io lavoro piuttostro con la bussola, e non solo ignoro i miei propositi e cosa voglio o di che parlare in ogni occasione, ma non conosco neppure la rappresentazione, per utilizzare un termine che possa contenere sia ciò che suole chiamarsi trama, argomento o storia, sia l’apparenza formale o stilistica o ritmica, sia la struttura.

[…] Non mi permetto di cambiare ciò che ho scritto a seconda che mi possa convenire o che stia scoprendo – esattamente come il lettore – di cosa si tratta o cosa succede in quel romanzo, ma mi obbligo ad attenermi a ciò che è già stato scritto, e faccio in modo che sia questo a condizionarne il seguito.

Sono parole che risuonano in me con estrema limpidezza. Javier ha scritto le sue opere nel “qui e ora” e nella sua forma più pura.

Vagare con la bussola non è seguire un percorso già tracciato, ma semplicemente l’essere sempre consapevoli di dove si sta andando, ad est oppure ad ovest, a nord oppure a sud, assecondando i passi senza dirigerli in altra direzione.

La consapevolezza del sentiero è un elemento essenziale in ogni cammino, che sia un sentiero di montagna o un percorso narrativo o un viaggio interiore/spirituale. La bussola della consapevolezza aiuta a non perdersi.

Foto di Rastislav Zvolanský da Pixabay

La magia di una scrittura senza programmazione e senza obiettivi continua ad affascinarmi e gratificarmi, e allo stesso modo gli autori che la praticano o l’hanno praticata. È così, le storie autentiche nascono da sè ed è una meraviglia. Se un giorno ci sarà mai una seconda edizione del manuale Scrivere zen e Satori creativo, di sicuro inserirò anche Javier Marías fra i tanti scrittori citati. All’epoca della stesura ancora non lo conoscevo.

Ed ora, avvicinandoci alla conclusione dell’articolo, vi anticipo che nel prossimo romanzo con Gigliola Vermuller protagonista (che sarà il quarto della serie) le metterò nello zaino anche una bussola, oltre alle barrette energetiche. Dopo Chiaronto, Tacca e il Vivaio del Preit, in quale altra borgata o zona della Valle Varaita finiremo? Lo scopriremo insieme.

Che la vostra vita sia felice e illuminata.

Foto articolo di kp yamu Jayanath da Pixabay

PAOLA FARAH GIORGI LIBRI

Una tazza di tè

Una tazza di tè, il cielo stellato, l’amicizia, il viaggio. Sono i quattro elementi che ho assaporato durante la lettura di due albi illustrati avvenuta casualmente a pochi giorni di distanza. Entrambi i libri sono intrisi di infinita delicatezza e di suggestioni zen: parole di saggezza, incontri inaspettati, contatto con la natura. Gli imprevisti non mancano, e neppure le difficoltà, ma il cammino prosegue, ha un suo perchè, e in esso … tutto può disvelarsi attraverso una foglia. Siete incuriositi?

Ecco i titoli: Il viaggio di James Norbury (della serie che vede protagonisti Grande Panda e Piccolo Drago) e Il riccio nella nebbia di Sergeij Kozlov e Jurij Norstein, illustrato da Francesca Yarbusova. Di quest’ultima storia esiste anche un cortometraggio del 1975.

Procediamo quindi in parallelo.

Prima di intraprendere il viaggio che li condurrà a una nuova fase di vita/a un nuovo inizio, Grande Panda e Piccolo Drago abitano in un tempio in alto sulle montagne (uno dei miei argomenti preferiti). La sera guardano le stelle e bevono insieme il tè caldo che Piccolo Drago prepara con cura e sollecitudine. Il tè è la sua intrinseca passione.

Il tè di Piccolo Drago tornerà più volte nella storia perchè ne costituisce un elemento essenziale. Non voglio svelarvi troppo, ma sappiate che il suo servizio da tè sarà l’unica cosa che egli porterà con sè durante il viaggio (un autentico viaggio esistenziale/di ricerca interiore). Durante il cammino, teiera e tazze stanno ben protette all’interno del suo fagotto.

Posso portare il mio servizio da tè?

Certo – rispose Grande Panda – non c’è nulla di male a godere dei frutti del mondo, dobbiamo solo stare attenti a non perderci in essi.

Anche Riccio e Orso (i protagonisti del secondo albo) ogni sera sorseggiano una tazza di tè seduti all’aperto su un tronco e, insieme, osservano il cielo e contano le stelle. In questo caso, colui che viaggia è Riccio che, anche nei giorni di nebbia, deve attraversare un grande campo per giungere dall’amico. La percezione che si ha durante la lettura è che questo campo sia enorme e che il percorso sia lunghissimo. E quante cose accadono!

Anche Riccio, come Piccolo Drago, viaggia con un fagotto importante che costituisce, soprattutto a livello simbolico, una delle molteplici analogie fra le due storie. A voi scoprire le altre e ciò che ognuna di esse rappresenta, foglia compresa …

Nel frattempo Riccio procedeva lento col suo fagotto, immaginando cosa avrebbe detto a Orso.

Io gli dirò: ti ho portato la marmellata di lamponi.

E lui mi dirà: la teiera si è raffreddata, dovremmo aggiungere questi ramoscelli, sai, come si chiamano … ramoscelli di gi-ne-pro.

I ramoscelli di ginepro profumano il fuoco che avvolge il pentolino del tè. Ne sentite l’aroma? Sembra incenso. Inutile dire che in questi due libri le suggestioni legate alla natura non mancano e uno dei compiti del lettore è quello di assaporarle tutte, rumori e profumi.

Ed è così che il tè sorseggiato dai nostri quattro amici è molto di più di un semplice tè. Con l’immaginazione provate a sedervi accanto a loro: saranno felici di offrirvene una tazza. Chiudete gli occhi e concentratevi. Sentite il calore della bevanda? Vi scalda le mani, vi scalda il cuore, ed è un invito a godere del magico momento.

A questo punto … perchè non osare una piccola divagazione?

Ecco le parole di un antico venditore ambulante di tè: Gekkai Genshō/Baisaō (1675-1763), un monaco che fu anche calligrafo e poeta.

Bevono una tazza di tè e il loro lungo sonno ha fine. Risvegliandosi realizzano che sono gli stessi di prima.

Le citazioni zen costituiscono spesso un paradosso e invitano a cambiare il consueto punto di vista, ma questo già lo sapete.

Gekkai Genshō, alla morte del padre, entra nel tempio zen di Ryushin a soli nove anni, ed è da quel momento che imbocca il suo lungo cammino. A ventiquattro inizia concretamente il viaggio; va a studiare in diversi templi e diventa monaco. Quando compie quarantanove anni lascia invece la vita comunitaria e si reca a Kyoto per diventare, finalmente, ciò che da tempo desidera: un venditore di tè (baisaō).

A poco a poco Baisaō (il mestiere adesso si fa tutt’uno col suo nome) si specializza e crea il Sancha, un nuovo tipo di tè, che egli dovrà offrire gratuitamente non potendo i monaci guadagnare dalle proprie attività. Il Sancha diventa ben presto la bevanda che facilita l’illuminazione.

Per vent’anni si sposta di qua e di là con una grossa cesta, i sandali sporchi di fango. Gli utensili che porta con sè con devozione sono un bollitore, una teiera e alcune tazzine. Come Piccolo Drago e Riccio, anche lui ha il suo fagotto … Nel 1745 (ha ormai settant’anni) lascia la sua attività col tè e inizia a comporre poesie.

In questo libro (solo in inglese) è narrata la sua interessante storia e, soprattutto, qui troverete i suoi componimenti poetici. Vi consiglio di leggere anche questo articolo di Tiziano Fratus, esperto di buddhismo agreste.

Chiusa la divagazione, torniamo a Grande Panda e Piccolo Drago. Il primo libro in cui entrano in scena è questo:

Affezionarsi a loro dalla prima pagina è inevitabile.

Ed infine, dello stesso autore, è assolutamente da non perdere Il gatto che insegnava lo zen, di cui parleremo forse un’altra volta. I gatti, si sa, sono molto saggi e conoscono alla perfezione l’arte di sedersi in zazen e di meditare.

Che la vostra vita sia illuminata! … e, mi raccomando, quando leggerete gli albi dei nostri quattro amici amanti del tè, non dimenticate di soffermarvi sulle foglie che sbucano inattese nei due momenti clou delle loro storie. Nello zen, lo sappiamo, una foglia non è mai soltanto una foglia.

PAOLA FARAH GIORGI LIBRI

IL SENSO DELL’INEFFABILE IN DUE ALBI ILLUSTRATI

Foto di Oleksandr Pyrohov da Pixabay

Shihwu, casa di pietra

Shihwu, ovvero “Casa di pietra”. Questo è il significato del suo nome. Un monaco eremita cinese (1272 – 1352) autore di centottantaquattro poesie di montagna (Shan-shih). Casualmente le sue parole hanno raggiunto le mie dita durante la stesura del taccuino di cui ho fatto cenno in questo articolo e che (forse) custodirà citazioni di chi, in ogni epoca, ha percorso con amorevolezza la via dei monti e della solitudine. Quanto li sento vicini! La sensazione è che potrei un giorno o l’altro incontrarli di persona durante qualche mia passeggiata, anzi, di sicuro li incontrerà Gigliola Vermuller scarpinando qua e là in Valle Varaita insieme a me. Sorrido perchè l’idea mi piace.

Ed ecco le parole che mi hanno indotto a cercare qualche notizia su “Casa di pietra” e, soprattutto, ad affezionarmi a lui:

Ero un monaco zen che non conosceva lo zen, così ho scelto i boschi per gli anni che mi restavano. Un abito composto di stracci ricopre il mio corpo, una cintura di bambù mi circonda. Montagne e ruscelli spiegano il significato dei Patriarchi, i fiori sorridono e i canti degli uccelli rivelano la chiave nascosta. Talvolta siedo su una roccia appiattita, la notte, sul tardi, senza nuvole, una volta al mese.

Shihwu diventa monaco nel 1295 e il suo nome di dharma è Ch’ing-hung. È maestro di meditazione e abate di un monastero finchè, nel 1312, sente che nulla può paragonarsi alla libertà delle montagne. Il richiamo è forte. Quanto lo capisco!

Inizia così la sua vita da eremita sulla montagna di Xiamu, a ovest dello Sha, dove l’acqua riempie Sky Lake e la luna riempie il fiume. È una vita scandida dai naturali ritmi di veglia e sonno e dalle incombenze quotidiane. “Casa di pietra” si fa tutt’uno con la natura e il paesaggio, nessuna differenza, nessuna crepa, perchè è questa l’estrema armonia e meraviglia dell’eremitaggio.

Non mi fermo un attimo per tutto il giorno, finché il sole stabilisce che sono stremato. A casa mi lavo i piedi e mi addormento, troppo sfatto per contemplare il transito della luna […]

Gli uccelli mi svegliano da un boschetto lontano. Il disco del sole rosso brilla attraverso i pini. Oggi e domani non sono diversi […]

La sua capanna è appollaiata sopra mille cime, in profondità tra le nuvole. Quando piove la capanna si bagna, ma si asciuga bene con il sole. Misura meno di tre tappeti di larghezza. Al suo interno c’è un materasso di erba profumata, il cuscino è una lastra di legno. Il monaco custodisce con cura una statua dorata del Buddha e tre statuine di argilla modellate con le sue mani. Vicino ad esse, Shihwu adagia cespi di fiori selvatici.

Il nostro eremita possiede anche una lampada ad olio, diversi oggetti rituali, una stufa da tè nera di fuliggine, una pentola, un filtro per il riso e una ciotola per schiacciare lo zenzero fresco. Un anno ha finito il riso prima della primavera, ma un altro anno ne aveva così tanto da non saperne cosa fare. Sono cose che capitano! Il riso ha imparato a coltivarlo bene (anche miglio, grano, piselli) e la sua zappa non lo ha mai ingannato. È un riso profumato. Avvicinatevi alla sua ciotola e provate ad annusarlo. Che ne dite?

Ogni cosa in montagna ha il suo tipico profumo, e chi ci vive lo sa. Diverse altitudini hanno diversi odori, e durante le escursioni questa particolarità ogni volta mi sorprende. Quando raggiungi i 2000 te ne accorgi dall’odore, per non parlare dei 3000. Un sentore inconfondibile!

Le rive terrazzate di “Casa di pietra” sono verdi e gialle di verdure e cereali; in giardino ha un’immensa siepe di ibisco montano; i crisantemi lungo la recinzione profumano il crepuscolo … cose semplici, quotidiane, piccole, ma quanto importanti! La capanna di Shihwu è il centro della sua spiritualità e la vita sui monti gli conferisce la libertà dell’eremita. Niente può esserci di meglio. La vita diventa ciò che dev’essere, forse faticosa ma estremamente leggera, essenziale, pulita. Non è un controsenso.

La libertà è per me (e non solo) in cima alla vetta, la più alta, la più innevata, quella che solletica letteralmente il Cielo e ti apre la porta della Meraviglia. Anche scrivere zen è libertà, ma questo già lo sapete. Torniamo quindi al nostro eremita.

Su “Casa di pietra” si può scoprire ogni cosa leggendo le sue poesie.

Vivo fra le montagne per praticare,
non ho bisogno d’altro per esaminare i miei errori,
quando la vita diventa semplice i vecchi vizi si esauriscono.
Quando la mente si fa chiara la sua luce finalmente risplende.
Piantare pini e coltivare campi ha rinforzato il mio corpo,
leggere sutra e riparare gli abiti ha forgiato la mia vista […]

A voi continuare …. le sue parole sono disponibili gratuitamente in pdf nella traduzione di Red Pine. Sapranno emozionarvi? Siete pronti a respirare aria di montagna? Shihwu sta per accogliervi nella sua capanna. Lo vedete? La sua sagoma minuta è davanti alla porticina aperta. L’ibisco montano è in fiore e la statua dorata del Buddha vi sorride. Siete i benvenuti.

The Zen works of Stonehouse : poems and talks of a fourteenth-century Chinese hermit

Che la vostra vita sia illuminata!

Lo zen e la via dei monti

Lo zen e la via dei monti è il titolo del taccuino “per annotare il silenzio” che sto preparando in questa estate del 2025. Non so ancora in quale modalità lo proporrò (forse in qualche mercatino per hobbisti?) nè la sua forma grafica nè, tantomeno, quando sarà pronto, ma ciò che mi intriga in questi giorni è scoprire quanto sia piacevole inventarlo senza pensare al suo futuro. Nessun fine, nessuna aspettativa. Prenderà la sua strada – non si sa quale – quando sarà il momento.

“Quando la mente tace, l’anima parla” sarà il sottotitolo, un leit motiv che particolarmente mi affascina (e questo già lo sapete). Nello spirito della scrittura zen silenziare i pensieri è fondamentale per dare voce alla creatività, che può sorgere soltanto da un intimo e misterioso spazio sacro nascosto chissà dove dentro di noi.

Durante la preparazione del taccuino, ricercando frasi significative da appuntare nelle sue pagine, ho incontrato alcune figure interessanti di monaci, maestri, discepoli ed eremiti che vanno ad aggiungersi all’amato Riokan e alla sua ciotola.

Fra questi, ad esempio, un certo Li Po (o Li Bai) – 701-762

Tu mi chiedi perchè io viva solo nella foresta di montagna, e io sorrido e faccio silenzio. Gli alberi di pesco sbocciano. Le acque continuano a fluire. Vivo in un altro mondo, uno che radica oltre l’umano.

Anch’io, caro Li Po, vivo in un altro mondo, in un eremo in montagna, e ogni giorno (anzi, ogni attimo) ringrazio il Buddha e la Vita per questo dono. In effetti, ringraziare a più non posso è un’abitudine anche di Gigliola che, in questo periodo, è il mio alter ego.

Ma torniamo a Li Po, che osserva la luna.

Poeta, calligrafo, pittore e musicista cinese, Li Po è autore di più di 1000 poesie. D’indole contemplativa, sa come esprimere con adorabile efficacia il piacere che si può ricavare dal contatto con la natura. A volte componeva poesie col semplice intento di donarle al fiume, un modo per “liberare” parole nella meraviglia del creato. È un’immagine che mi piace moltissimo. Penso che sia un’ottima pratica di non attaccamento.

Alla sua morte, Li Po diventò leggenda: si narra che sia trapassato annegando nel fiume Chang Jiang (il fiume azzurro) dopo essere caduto dalla barca nel tentativo di afferrare la luna. Alcuni precisano il riflesso della luna sull’acqua. Io preferisco immaginare quest’uomo che perde l’equilibrio con le braccia tese al cielo notturno. Non credo neppure che fosse ubriaco, come altri sostengono per palesare una sorta di necessaria/triste giustificazione. In realtà, Li Po era solo un poeta, ed un poeta è “una roba strana”, come afferma il mio amico Aetius (di cui, un giorno, forse vi parlerò).

A questo punto, se Li Po vi incuriosisce, perchè non leggere qualche sua poesia? Il libro è “Poesie di Li Bai” a cura di Isabella Henderson.

Un altro personaggio interessante incontrato nella stesura del taccuino è Han Shan – IX sec. d.C.

C’è un albero nato prima della foresta, i suoi anni impossibile contarli, le radici intrecciate con valli e colline, le foglie screziate dal vento e dal gelo. Ridono a guardarlo così rinsecchito, non capiscono la sua bellezza interiore. Quando la corteccia è tutta caduta, rimane solo quello che è vero e reale.

Han Shan è conosciuto come “il folle illuminato” o “il lunatico zen”. È un poeta eremita. Visse nell’eremo della Montagna Fredda (Han Shan, da cui prese il nome), una falesia della Cina centro-orientale, nelle montagne selvagge di Tiantang. Non distante dall’eremo c’era il monastero Kuo-Ch’ing dove dimoravano due suoi amici: il pulitore di riso e il cuoco.

Questo che segue è il suo sorriso a mille denti:

Le poesie di Han Shan costituiscono l’emblema del suo romitaggio. Le scriveva sulle rocce, sulle pietre, sui tronchi degli alberi, sui muri e su chissà cos’altro. Furono raccolte in seguito da un certo Lu Jiuyin con l’aiuto di alcuni monaci. Interessantissimo è questo articolo di Enzo Giarmoleo: Il poeta folle.

Per approfondire Han Shan attraverso la sua stessa voce (le sue poesie), il libro consigliato è: Montagna Fredda, a cura di A.Bujatti.

Ed eccoci giunti a un’altra voce interessante, quella del monaco buddhista coreano Bopjong (1932-2010).

La cosa più disagevole che ti accade quando sei in un tempio urbano è la perdita graduale dei boschi circostanti. Un vero praticante appartiene alla quiete e alla purezza delle montagne. La foresta assicura ordine e riposo, quiete e pace. Nella sua generosità, essa accoglie ogni cosa che la raggiunge. Abbraccia la nebbia e le nuvole, la luce della luna e i raggi del sole. Offre dimora agli uccelli e alle bestie. Non rifiuta nulla, nemmeno le tempeste che la scuotono. Tale magnanimità è la virtù grandiosa della foresta.

Nel 1975 si ritira a vivere nei boschi del monte Jogye a Buril-Am (Eremo del Buddha-Sole), nei pressi di una cascata di 60 metri. Sentite il suono dell’acqua? Fu il sottofondo delle sue meditazioni.

Dopo sette anni sui monti torna in città, ma resiste poco. Come afferma lui stesso, iniziava a perdere la luce interiore (la citazione sopra è testimonianza di questo momento difficile). Così, nel 1992, torna a vivere in un eremo, in una località che preferisce tenere nascosta.

Bopjong ha scritto numerosi libri dai titoli significativi. Fra questi: “Non possesso”, “Il suono dell’anima”, “Parole e silenzio”, “Conversazioni tranquille in montagna”, “La gioia di vivere soli”. Purtroppo non esistono traduzioni in italiano.

Per conoscere meglio la figura di Bopjong vi consiglio quest’articolo di Tiziano Fratus: Silenzio e ascolto della foresta.

E qui mi piace mostrarvi il volto di quest’amorevole monaco coreano.

Per ora concludo, invitandovi qui: Zen e Montagna.

Che la vostra vita sia illuminata!

Paola Farah Giorgi libri

Immagine articolo: by Tatiana S. from Pixabay

Il senso dell’ineffabile in due albi illustrati

Il senso dell’ineffabile accomuna i due albi illustrati che inaugurano la nuova sezione del blog ad essi dedicata: “Bianca” di Paul De Moor e Kaatie Vermeire e “L’abbraccio” di David Grossman e Michal Rovner.

Ho deciso di scrivere di albi illustrati perchè si tratta di un settore della letteratura non più dedicato alla sola infanzia (come un tempo), ma appassionante anche per gli adulti. Inoltre, gli albi illustrati che a poco a poco incontreremo possiedono una forte carica zen, intesa come capacità di vedere il mondo con occhi “nuovi” e suscitare percezioni inusuali.

[…] è necessario che i nostri occhi ridivengano nuovi: soltanto allora potrà dispiegarsi un quotidiano colto nella sua elementare meraviglia per la novità del consuetudinario. Questi occhi illuminati sono gli occhi dello zen. Giampietro Sono Fazion – introduzione a Lo zen di Kodo Sawaki

Il settore degli albi illustrati, infatti, può rivelarsi una meraviglia che lascia a bocca aperta: ha più chiavi di lettura, immagini strepitose e la propensione a spalancare con originalità le grandi finestre della vita attraverso splendide illustrazioni.

Negli ultimi anni, in particolare, case editrici illuminate hanno dato ampio spazio ad autori geniali. Addentrarsi nelle loro pagine è, per me, come passeggiare in un sentiero in montagna guardando e ascoltando quanto c’è intorno. Un’esplorazione intima, a piccoli passi.

L’illustrazione di qualità è una magica voce silenziosa tanto simile a quella della natura.

“Bianca” e “L’abbraccio” manifestano da subito il senso dell’ineffabile. A una prima lettura, entrambi appaiono sfuggenti; alle successive, iniziano invece a dischiudersi gradualmente rilasciando la loro bellezza (una bellezza capace di toccare la sensibilità zen).

Bianca – Paul De Moor e Kaatie Vermeire

Mentre lo leggi, l’impressione è che il libro stia per decollare/svincolarsi dalle tue mani e prendere il volo verso dimensioni più sottili dell’esistenza. “Impalpabile” è la parola che, secondo me, rende meglio l’idea.

Qui tutto è bianco (pioggia, alberi, anche le banane). Soltanto la neve non lo è, unico elemento che dovrebbe essere di questo colore.

Il ritmo del testo è cadenzato, quasi ipnotico, poetico; le illustrazioni ondeggiano fra dentro e fuori: una stanza chiusa e panorami vasti, aperti.

Bianca, la bambina protagonista, ha grandi occhi bianchi che vedono tutto, anche i sogni, anche la fantasia, così simili fra loro; sono elementi che Paul De Moor e Kaatie Vermeire riescono a ricreare e offrire al lettore con maestria.

Leggendo questo libro si pensa (inevitabilmente) al mitico “Cappuccetto Bianco” di Bruno Munari, in cui il bianco ricopre tutto e le immagini vengono evocate unicamente dalle parole, sino a vederle. Provare con i bambini per credere! E si pensa anche al bianco di Murakami, simbolo ed elemento di passaggio tra mondi diversi. Si fa presto a dire bianco!… cita la quarta di copertina dell’albo.

E non posso non ricordare qui la mia propensione alla canditudine

[…] la canditudine è un senso, un movimento interiore, uno spazio vergine della tua anima …

Zero Candido romanzo

Zero Candido booktrailer

L’abbraccio – David Grossman e Michal Rovner

Essere considerati “unici” dovrebbe renderci orgogliosi, farci sentire importanti, speciali, ma il punto di vista di Ben, il bambino protagonista del libro, è diverso, opposto, e l’effetto che genera in lui la scoperta della sua “unicità” (Sei dolcissimo e tanto carino, gli dice la mamma, non c’è nessuno al mondo come te) è di totale spaesamento.

Ben non riesce a capire: essere unici significa essere soli, punto e basta. Come può la mamma sorridere? Come si può essere unici e non essere soli? Non è possibile!

Purtroppo, lo sappiamo, la tendenza prevalente (soprattutto nell’adolescenza) è quella di Ben, è il bisogno di conformarsi agli altri, di essere uguali a loro e uguali a tutti perchè il rischio è di essere esclusi. Ed è così che la bellezza dell’unicità viene messa a tacere.

L’intero testo è costituito dal dialogo essenziale fra madre e figlio durante una passeggiata. L’autore, David Grossman, non utilizza alcuna parola di troppo; le illustrazioni di Michal Rovner sono inquadrature da lontano, sagome piccole e scure in un paesaggio vasto e bianco.

Come nei migliori albi illustrati, linguaggio testuale e linguaggio iconografico si abbracciano alla perfezione per toccarci l’anima.

A questo punto, il consiglio che vi lascio è quello di chiudere gli occhi e di raggiungere lo stesso sentiero che Ben e la sua mamma stanno percorrendo. Potrete così osservarli dal vivo (un po’ in disparte) e ascoltare le loro voci. Di sicuro capterete qualche parola non presente nel testo …

L’esercizio dell’immaginazione è sempre una buona cosa, e lo scrittore zen sa quanto sia importante.

Che la vostra vita sia illuminata!

L’immagine dell’articolo è di ThuyHaBich da Pixabay

Gigliola Vermuller, personaggio

Gigliola Vermuller (personaggio) nasce dalla mia penna di scrittrice zen dopo il voltapagina esistenziale. Quale? Indubbiamente l’ultimo. Quello che mi ha condotto nell’eremo montano che è diventato la mia tana di fantasia e meditazione.

Entra la prima volta in scena con il romanzo “Le luci accese di Chiaronto”. Successivamente prosegue la sua vita di personaggio in “Colonia marina a Borgata Tacca”. Insieme a lei, in questa serie di romanzi denominata “Le indagini di Gigliola Vermuller” (1 e 2) è sicuramente protagonista l’ambientazione: la Valle Varaita.

Gigliola non appartiene alla Valle Varaita turistica (quella, ad esempio, di Chianale e Pontechianale), ma alla Valle Varaita più selvatica e misteriosa. Si tratta dei territori montani percorsi da impervie mulattiere semi-abbandonate e punteggiati da borgate fantasma semi-sepolte dalla vegetazione. Sono le borgate che si apprestano alla scomparsa, destinate ad essere mucchi di pietre senza più storia.

Gigliola Vermuller è affascinata da queste borgate. Ama scovarle, gironzolarci intorno, sbirciare all’interno delle case (dove ancora si può) e “sentire” la vita del tempo che fu. Sono luoghi ricolmi di dettagli interessanti che in lei attraggono visioni. La spiritualità di cui vive prende forma attraverso gli scarponi lisi, sporchi di fango.

Lei “sente”, “visualizza”, “elabora” ciò che i sensi e i luoghi trasmettono alla sua fantasia. Ed è così che inventa storie per la sua amica Virginia che scrive romanzetti gialli.

Fra una tappa e l’altra di una storia, Gigliola lenisce la stanchezza con i suoi rituali: meditazione e dialogo/contatto con la natura. La sua (e mia) propensione è quella che il maestro Kodo Sawaki riassume in una frase di incredibile intensità e bellezza:

Io penso che il fine ultimo sia poter sentire il suono della valle e guardare il colore della montagna.

Si tratta di una citazione dal libro “Lo Zen di Kodo Sawaki” di Gianpietro Sono Fazion.

Ma torniamo alla nostra protagonista.

Con Gigliola Vermuller e le sue trame improbabili (in cui non manca mai il cadavere squisito) sperimento sia la scrittura zen che la scrittura gioco. Attraverso la sua/mia immaginazione possono apparire ragni-lupo modificati e comignoli che si spostano da un versante all’altro del tetto (Murakami insegna). Tutto è possibile. Il gioco dell’invenzione è in atto ed è particolarmente appagante.

Scrivo e mi diverto. Mi abbandono alle parole e a ciò che da esse scaturisce attimo dopo attimo. Alle mie pagine chiedo leggerezza. Nient’altro. Non voglio prendermi sul serio e non cancello nulla di ciò che la penna mi racconta. Soltanto ne resto sorpresa (ed è piacevole). Ogni stranezza è lecita perchè scrivere zen è libertà e non-fatica. Non intendo appesantire i miei giorni.

Dopo Chiaronto e Tacca, quale sarà la prossima meta di Gigliola?…

Che la vostra vita sia illuminata!

LE LUCI ACCESE DI CHIARONTO BOOKTRAILER

COLONIA MARINA A BORGATA TACCA BOOKTRAILER

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Kosho Uchiyama Roshi

Kosho Uchiyama Roshi è il Maestro che entra nella mia vita nel periodo in cui provo ad abbandonare altri pesi. Sempre più forte è il bisogno di leggerezza e di limitare al massimo ogni ingombro mentale. La prima fase dell’abbandono è stata quella dell’addio alla vita di città e a tutti gli impegni non indispensabili di cui mi ero sovraccaricata. La seconda fase è iniziata con Kosho Uchiyama Roshi in quello che definisco un periodo di transizione.

I Maestri a volte si incontrano in carne e ossa. Ti aspettano ai crocevia della vita. Ne voglio citare tre, per me fondamentali: il mio primo maestro di yoga, un insegnante di antropologia gnostica, uno sheik sufi. Altre volte si incontrano nei libri, attraverso i loro insegnamenti. In entrambi i casi il loro valore è immenso. I Maestri sono coloro che ti fanno avanzare sul sentiero della spiritualità segnando le tappe esatte che ti sono necessarie di volta in volta per andare avanti. Anche il Maestro incontrato attraverso un libro diventa per te un Maestro vivo, in carne e ossa.

Kosho Uchiyama Roshi l’ho incontrato attraverso il libro intitolato Aprire la mano del pensiero – Ubaldini Editore.

La frase da lui coniata – “aprire la mano del pensiero” – è molto efficace perchè collega un gesto invisibile e astratto (quello di “lasciare andare” i pensieri) a un gesto visibile e concreto (“aprire la mano”). Utilizzarla nei momenti in cui la nostra mente non riesce a staccarsi da problemi, situazioni complicate, ragionamenti portati all’eccesso (con conseguenti mal di testa, ansia, insonnia) equivale a utilizzare un metodo veloce, facile e pronto all’uso.

Lo zazen è all’istante rafforzato. In posizione seduta, io apro concretamente le mani e sento cadere da esse (lascio andare/non trattengo) i troppi pensieri che la mente, in certe situazioni, tenacemente lega a sè fino a causare malessere.

Secondo Kosho Uchiyama Roshi lo zazen è proprio questo: aprire la mano del pensiero. E lo zazen, in questa formula, è da considerarsi l’unico vero maestro. Ogni immagine del Buddha è infatti una rappresentazione dello zazen. Aprire la mano del pensiero è la sua essenza. Prendere l’abitudine allo zazen è l’abitudine più utile alla pace interiore.

Anche lo zen “in marcia” non va dimenticato: è quello delle passeggiate, degli hobby e dei piccoli lavori manuali esenti da fatica, ad esempio il giardinaggio, attività che gratifica per il continuo contatto con fiori e gemme. Come lo zazen, anche lo zen in marcia apre la mano del pensiero.

Kosho Uchiyama Roshi fu ordinato monaco nel 1941 da Kōdō Sawaki e, insieme, qualche anno dopo, fondarono il monastero di Antai-ji a Kyōto, riportando in vita un vecchio tempio in disuso. Kosho Uchiyama fu monaco novizio per molto tempo (e, pertanto, un novizio “non giovane”, quasi un paradosso) e, al trapasso del Maestro, subentrò a lui come abate del tempio. I suoi insegnamenti furono molto apprezzati ma, non appena gli fu possibile, preferì andare in pensione.

Nel libro Aprire la mano del pensiero – Ubaldini Editore parla anche di questo: il suo pensionamento, che molti considerarono prematuro.

Kosho Uchiyama Roshi afferma, con una sincerità che lascia sbarlorditi, che gli unici allievi che ricorderanno il Maestro sono quelli a cui egli ha insegnato nei primi anni, quando svolgeva il ruolo di insegnante con passione. Gli altri, coloro a cui ha insegnato quando la passione era già diminuita, non lo ricorderanno. Gli insegnanti dovrebbero svolgere il loro ruolo finchè c’è passione e non oltre.

Le parole che Kosho Uchiyama Roshi utilizza nel libro a proposito dei ruoli che ognuno occupa nelle varie fasi della vita sono anch’esse sincere come quelle che utilizza parlando del ruolo di insegnante. Sono parole che, in genere, si preferisce non dire. Sono discorsi che, in genere, non si fanno per una sorta di vergogna che ci portiamo dentro. Anche la morte è da considerare un ruolo.

Il ruolo del pensionato, ad esempio, è quello di vivere riducendo al massimo i propri bisogni perchè le entrate diminuiscono. Questo ruolo è impegnativo, non è facile, ma si tratta del ruolo del pensionato e, come tale, è da vivere. Questa fase di vita richiede questo/ci si occupa di questo: l’impegno ad andare avanti con pochi soldi. Non c’è spazio per altre cose impegnative. Tantomeno per quelle che richiedono passione per raggiungere in modo costruttivo gli altri (come, abbiamo detto, l’insegnamento).

Il punto di vista di Kosho Uchiyama Roshi sul ruolo del pensionato mi è stato di aiuto. Con le sue parole si è posto sul mio sentiero ad accompagnarmi nel periodo di transizione, quando, pur avendo messo fine alle mie lezioni di scrittura, ero tentata di organizzare sporadicamente qualche workshop. Kosho Uchiyama Roshi mi ha chiarito le idee. Ho capito, grazie a lui, che la conclusione del mio ruolo di insegnante di scrittura non poteva ammettere compromessi. Adesso il mio ruolo è quello di pensionata/scrittrice con pochi soldi. Solo questo.

Grazie Maestro per l’aiuto che mi hai dato e mi dai, giorno dopo giorno. I compromessi dopo la parole fine non possono che generare crisi.

Se vi fa piacere, in questo articolo si parla invece di una Maestra dello zen: Charlotte Joko Beck. Anche lei mi è stata di grande aiuto.

Che la vostra vita sia illuminata!

PAOLA FARAH GIORGI LIBRI

Chiaronto: avventura e narrazione

Chiaronto: avventura e narrazione. Penso che sia il titolo giusto per suggerire il fascino misterioso e rupestre di questa piccola borgata di Frassino, in Valle Varaita; è il fascino che mi ha solleticato l’idea di ambientarci un romanzo.

A Chiaronto c’è un percorso avventura autentico, con ferrate, ponti sospesi da capogiro, palestre di roccia. Non si tratta di un semplice gioco per turisti (come ce ne sono tanti) ma di un itinerario per veri appassionati ed esperti del brivido escursionistico e dell’arrampicata.

Ma non è tutto. A Chiaronto ci sono anche trekking lievi per meditatori in marcia e scorci particolarmente suggestivi, capaci di scatenare l’immaginazione di scrittori e la creatività di artisti d’ogni genere, pittori e fotografi.

Chiaronto è una borgata magica, come altre borgate di Frassino e della Valle Varaita in generale: silenziosa, enigmatica, abbandonata ma viva. Le pietre parlano; la luce si fa spettacolo già di prima mattina, anche nella nebbia, anche attraversata da un velo di pioggia.

Fra gli scorci suggestivi che ho citato sopra, c’è di sicuro la Cappella di Sant’Antonio con la sua misteriosissima formella sulla facciata (non vi dirò di più), il suo portico, il suo grazioso cortile e l’affresco che rappresenta un Gesù bambino già grandicello che benedice Sant’Antonio. Maria, madre apprensiva, lo affianca orgogliosa e lo sostiene emotivamente.

Un altro scorcio è quello della fontana del 1899, firmata da un misterioso 2 M. Probabilmente sia il cognome che il nome del costruttore iniziavano con questa lettera. L’acqua che scende è un invito. Ti induce a fermarti. Appesa a una catenella c’è una vecchia scodellina tonda, per sorseggiarla con calma in pacata meditazione. Tutt’intorno è un dipinto di rose bianche e fiori d’ogni genere, sempre, in ogni stagione.

Sopra la fontana c’è il pilone votivo che suggerisce l’idea dell’acqua come benedizione.

Ma non è ancora tutto. A inizio borgata, una piccola costruzione con una campana ci fa tenerezza. Quando la usavano? Per quale richiamo?

E poi la piastrellina dell’ospitalità … ma non posso e non voglio dirvi di più nè elencarvi ogni angolo della borgata, ogni dettaglio, e neppure dispiegarvi lo sventolare delle bandierine buddiste sparse qua e là. Il vento non si vedrebbe se non ci fosse nulla da sventolare … ho letto in un libro di Cognetti nei giorni scorsi.

Dunque, Chiaronto è da scoprire. Chiaronto è da pregare. Chiaronto è da ascoltare nei rumori bianchi del silenzio, goccia dopo goccia, cinguettio su cinguettio. La montagna tutta. Il miracolo della natura preservata dal caos e dallo stress.

Ed è così che un giorno, durante una consueta passeggiata, la mia natura di scrittrice zen ha iniziato a elaborare un romanzo. Le immagini reali e concrete che mi hanno invitato a scrivere e ad entrare a piccoli passi nella trama sono state due: una donna con un gelato in mano mezzo sciolto e le luci rimaste accese in una casa vuota, forse per distrazione alla partenza.

Da questi due elementi concreti si è sviluppato col metodo zen il romanzo Le luci accese di Chiaronto, il primo di una serie ambientata in Valle Varaita con protagonista Gigliola Vermuller, una vecchietta che si sente giovane e avventurosa. Appassionata di incursioni in borgate fantasma.

Un giorno inatteso, l’amica Virginia e il suo editore ottocentesco Landolfo le affidano il delicato ruolo di procacciatrice di cadaveri squisiti per la nuova collana “Dead Body in Val Varaita”.

Spero di avervi incuriosito almeno un pochino.

In Valle Varaita il libro è disponibile nell’edicola/tabaccheria di Giorgia Mellano a Sampeyre.

Che la vostra vita sia illuminata!

Le luci accese di Chiaronto booktrailer

Per approfondire la scrittura zen: SCRIVERE ZEN E SATORI CREATIVO (manuale discorsivo di scrittura)

Foto di Leo da Pixabay

Charlotte Joko Beck

Charlotte Joko Beck fu colei che, per prima, mi accompagnò con le sue parole sul sentiero dello zen. Il suo libro Zen quotidiano, Ubaldini Editore fu per me un autentico salvavita. Mi consentì di non soccombere ai numerosi problemi che la vita si inventa per noi e che all’epoca – ero giovane – mi tormentavano come fossero realtà. Insieme a Joko iniziai così a camminare sul sentiero che si sarebbe in seguito incanalato nella scrittura.

Nel 1991, l’anno in cui uscì l’edizione italiana, l’insegnamento dello zen come pratica di vita (relazioni e lavoro) fu per me esplosivo e preponderante. A tal punto che offuscò persino la curiosità di conoscere il volto dell’autrice e scoprire qualcosa su di lei.

Più di trent’anni dopo, osservando il panorama mutevole della natura dal mio eremo montano, mi sono resa conto all’improvviso di questa lacuna. Sono andata a cercare immagini e notizie su di lei. Strano ma vero. Mi è venuto il desiderio di conoscere Joko, la Maestra zen che mi ha condotto amorevolmente sul sentiero.

Cosa ho scoperto di lei? Piccole e grandi cose, come piccolo e grande è lo zen: la capocchia di spillo a cui dedicare la vita dopo averne assimilato la preziosità.

Ciò che segue è solo una minima parte delle tante notizie che ho iniziato ad appuntarmi su un quaderno (forse per un successivo articolo).

Ho scoperto che era nata nel 1917 e che andò verso la luce (o verso la rinascita successiva) nel 2011. Che continuò a insegnare la semplicità e la concretezza dello zen fino a 90 anni.

Ho scoperto che faceva pilates quando ancora nessuno conosceva questa disciplina. Che era madre di quattro figli. Che suonava il pianoforte e che si era diplomata al Conservatorio di Oberlin.

Ho scoperto che iniziò a interessarsi allo zen quando aveva 50 anni, dopo un dibattito tra un monaco zen e un sacerdote cristiano. Che il suo primo maestro fu Maezumi Roshi, che insegnava allo Zen Center di Los Angeles. Che per seguire le sue lezioni partiva da San Diego (dove abitava e lavorava alla segreteria del Dipartimento di Chimica dell’Università). Ed erano necessarie quattro ore di macchina. Due all’andata e due al ritorno.

Ho scoperto inoltre che Charlotte si trasferì allo Zen Center per praticare a tempo pieno soltanto quando andò in pensione. E nel 1983 iniziò ad avere i suoi primi allievi. Poi tornò a San Diego.

Citazione dalla prefazione di Jan Chozen Bays (allievo di Joko) al libro Meraviglia quotidiana – Ubiliber 2022:

Uno dopo l’altro la seguimmo a nord e creammo una vivace comunità zen, un ibrido tra una comune hippy e un monastero zen, pieno di giovani determinati a ottenere l’illuminazione […] la gente si metteva in coda nel corridoio davanti al suo appartamento, in attesa di parlare con lei. Diceva che, anche se era poco ortodossa nel suo approccio alla pratica, Maezumi Roshi aveva fatto di lei una maestra perchè vedeva che gli allievi ne erano naturalmente attratti.

A San Diego nel 1983 Joko fondò la Ordinary Mind Zen School dove continuò a dare istruzioni di vita concrete, trasformando i rituali zen in pratica quotidiana. La Ordinary Mind Zen School è attualmente a New York.

Il cardine del suo insegnamento fu sempre questo: la meditazione ti offre la libertà, anche se il cambiamento richiede anni di pratica.

Però, sai com’è, c’è un’enorme differenza fra essere completamente invischiati ed essere districati al 50%. Essere districati al 50% significa essere al 50% liberi.

Meraviglia quotidiana è il libro pubblicato postumo dalla figlia Brenda Beck Hess nel 2021 per Shambala Publication . Tradotto nel 2022 da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana. Con dedizione Brenda ha ascoltato e trascritto i nastri di molte delle conferenze tenute dalla madre rendendole così fruibili a tutti noi.

A questo punto, non posso che citare le parole finali che Brenda scrive nell’introduzione a Meraviglia quotidiana. Parole che si accompagnano al grazie che io stessa rivolgo ancora oggi a Joko per avermi condotta sul sentiero e salvato la vita.

Sarò sempre grata a mia madre. I suoi insegnamenti mi hanno salvata. L’esempio della sua pratica intelligente e meticolosa, durata tutta la vita, è stato il modello per tante nostre esistenze nella pratica zen. Lei è stata disposta a sobbarcarsi quel lavoro. Spero che troverete le sue parole utili a sostenervi nel ritorno alla vostra vita, alla pace e alla gioia che essa è.

Oltre a Zen quotidiano e Meraviglia quotidiana non si può non leggere Niente di speciale, Ubaldini 1994 perchè in esso è custodito un tesoro. Eccolo: “Quando la pratica perde il suo alone di romanticismo, quando cadono le aspettative di diventare virtuosi e importanti, resta solo la vita così com’è”.

Chi pratica lo zen da tanto tempo e ne sta gustando la sua essenza più pura, sa il valore incommensurabile di questa frase.

Infine, sul concetto di “perfezione”, anch’esso importantissimo nell’insegnamento di Joko, vi consiglio la lettura proposta da questo video: Cosa è la perfezione.

Che la vostra vita possa essere illuminata!

Foto articolo: Miguel Palomino Urdapilleta da Pixabay

Foto di Charlotte Joko Beck: Ordinary Mind Zendo

Scrivere zen è libertà

Scrivere zen è libertà. Oggi mi sento di scrivere qualche parola su questo argomento perchè la pratica stessa dello zen conduce alla libertà a nostra insaputa e , soprattutto, quando arriva il momento.

Nello scrittore zen la libertà si può manifestare in diversi modi.

Ad esempio, per me è libertà non scrivere articoli o post nei momenti in cui preferisco passeggiare o fare giardinaggio. Un tempo non era così, non ero libera. Mi illudevo che scrivere su un blog o sui social fosse un mezzo per farmi conoscere come scrittrice e, di conseguenza, vendere qualche libro. Spesso mi obbligavo a scrivere controvoglia, anche nei momenti in cui avrei preferito passeggiare o fare giardinaggio. Mi sembrava importante. Ma era un’illusione.

Lo scrittore zen, se è libero (e forse ha raggiunto la libertà dopo molta fatica), non ha alcuna intenzione di farsi schiavizzare da blog e da social per farsi conoscere: la libertà suprema è la libertà di essere invisibili. Si sparge qualche briciola in giro, certo, ma non di più. Nessuna imposizione. La vita è altrove (ed è una realtà, non soltanto un famoso titolo di Kundera …)

La libertà è una naturale conseguenza della pratica zen e si espande in ogni ambito della vita. Ci accorgiamo che inizia ad essere presente in noi quando smettiamo di pensare in grande e iniziamo a pensare in piccolo. Ed è “il piccolo” che ci gratifica, ci appaga e ci rende felici in ogni cellula del nostro essere.

Lo scrittore zen, dopo anni di meditazione e frugalità di pensiero, acquisisce a poco a poco meccanismi mentali semplici, essenziali, che gli impediscono di ragionare in termini di guadagno. Spesso diventa obsoleto per questa società. Si sente (ed è) – finalmente – al di fuori di un cerchio caotico e assurdo, in un’altra dimensione dell’esistenza. La sua vita precedente, quella dentro al cerchio caotico e assurdo, non gli appartiene più e non intende rientrarci.

Questo blog costituisce pertanto la manciata di briciole che a volte spargo in giro, e non ambisce ad essere altro. Ed è per questo motivo che può restare silenzioso per giorni, settimane o mesi. Oggi piove forte, non si può stare all’aperto a passeggiare o fare giardinaggio, ed è per questo che sono qui.

Scrivere zen per me è anche libertà di non fare presentazioni in librerie, festival e sedi di associazioni culturali quando esce un mio nuovo romanzo: non provo più il bisogno di mettermi in mostra, di apparire sulla scena, di farmi notare, di avere recensioni e commenti. Lo zen ha un altissimo potere di trasformazione.

Ogni giorno ringrazio lo zen per l’aiuto che mi ha dato a liberarmi dagli impegni letterari che – questo va precisato – possono assumere i connotati di una vera dipendenza. Quando, all’uscita di un mio nuovo libro, qualcuno mi chiede “lo hai già presentato?” e rispondo “no”, mi accorgo che la mia risposta lascia basiti: è una risposta che appare stranissima, del tutto impensabile. Come può uno scrittore non fare presentazioni? Allora fanno un altro tentativo e mi chiedono quando e dove sarà la prima presentazione, perchè sembra che sia obbligatorio farne: quando si pubblica un libro bisogna presentarlo, è la regola.

Quanto è diverso lo scrittore zen … lui/lei ragiona in piccolo.

L’importante è scrivere e cercare di scrivere qualcosa che, per noi stessi, abbia valore. Qualcosa che ci piace, di cui siamo soddisfatti. Qualcosa da spargere in giro. Questi semi sparsi hanno la possibilità di raggiungere le rare persone che stanno cercando/aspettando le nostre parole, le uniche persone che sapranno apprezzarle.

Per questo motivo è giusto scrivere bene, revisionare con attenzione, affinare lo stile, imparare dai grandi autori, offrire qualcosa di piacevole e, per quanto possibile, di qualità.

Sto revisionando in questi giorni un cozy crime che mi rende felice. Con il metodo zen tutto è possibile, anche scrivere un giallo pur non essendo giallisti. Anche questa è libertà: la libertà di non seguire schemi prestabiliti.

Vi anticipo il titolo: “Le luci accese di Chiaronto”. La protagonista è Gigliola Vermuller. Chiaronto è una piccolissima borgata della Valle Varaita. La trama si è sviluppata da sè, passo dopo passo, in modo naturale e a prescindere da me, che sono rimasta curiosa del suo evolversi sino alla fine. Scrivere zen è libertà di scrivere un romanzo senza “spremere le meningi”, senza progettare. Fa tutto la penna! Una penna all’antica …

Se la scrittura zen vi attira, e in particolare la libertà a cui essa conduce, il libro in cui ho condensato le principali lezioni che ho tenuto sino al 2023 a Genova è SCRIVERE ZEN E SATORI CREATIVO. Che possa giungere fra le mani di chi lo sta cercando e aspettando.

Se vi fa piacere, leggete anche questo articolo.

Che lo zen sia con voi.

Foto di TRƯƠNG QUÂN da Pixabay

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