La neve e lo zen …. in questi giorni di bianca e silenziosa beatitudine invernale, mi è venuta voglia di riprendere in mano il libriccino di poesie di Ryōkan, il monaco zen che giocava con i bambini, che un giorno perse la sua scodella, che in età avanzata si innamorò di Teishin.
Di lui ho già parlato in questo articolo.
La neve è zen, colma la mente di silenzio, trasmette pace, avvicina alla bellezza; ed anche la fatica di liberare dalla neve ghiacciata il sentiero in ombra si può trasformare con il giusto atteggiamento in una pratica di meditazione in marcia (come, del resto, ogni altra incombenza quotidiana).
La recitazione silenziosa di mantra, piccone e pala ne sono gli ingredienti. Inizio a dosarli con cura. Mezzo metro di sentiero per volta, non di più, inframezzati da pause che danno sollievo a schiena e braccia. Nessuna fretta, non è il caso. Qui in montagna il tempo è dilatato.
Concentrata nel qui e ora dei gesti e sul ghiaccio che si rompe (ne sentite il rumore?) sorrido come un Buddha. Il lavoro si fa piacevole. Sempre di più. Vado avanti. Verso il punto lontano in cui la zona d’ombra lascia il sentiero e si avvicenda col sole. Immagino fra loro una metaforica stretta di mano e il passaggio di consegne.
Ed è così che, senza fatica, la parte di sentiero ripulito diventa sempre più lunga, mentre la parte di sentiero ancora da spalare si fa gradualmente più corta. Può sembrare ovvio, niente di che, ma nella pratica zen l’ovvietà/il niente di che genera sempre una profonda gratitudine alla vita.
La pratica meditativa con mantra, piccone e pala ha funzionato: sto bene. Adesso il sentiero è percorribile e non subirò il male alla schiena dell’ultima volta che ho spalato la neve dimenticando lo zen. La pratica mentale e il giusto atteggiamento si riflettono sul corpo, sui muscoli, e sembra quasi una magia.
Rientrata in casa, cerco nella libreria il libriccino giallo delle poesie di Ryōkan, decisa a rintracciare le sue parole/i suoi versi sulla neve. Svolto le pagine e mi incuriosisco sempre di più. Le consuetudini della sua vita di monaco eremita, così come la naturalezza spontanea di certe piccole considerazioni, costituiscono la sua poetica zen.
Rileggere queste poesie a distanza di mesi riporta all’essenziale.

Ed ecco di seguito alcune parole di neve. Come sempre mi emoziono.
D’ora in poi, la neve cadrà in abbondanza; chi potrà passare per venire qui?
Scende la neve senza interruzione; non posso recarmi nel villaggio a mendicare.
In un fiocco di neve, che presto si scioglie, c’è tutto l’universo; da tutto l’universo scende un fiocco di neve.
Le montagne attorno sono coperte di neve; chiusa è la porta di casa che dà sulla valle rocciosa. Nel focolare ardono tronchi di legna; mi accarezzo la barba, e ripenso alla mia giovinezza.
Neve fresca, stamani, all’ingresso del tempio; le piante sono tutte argentate. Da dove viene quel bambino che allegramente lancia palle di neve?
D’inverno, nell’undicesimo mese, la neve cade abbondantemente. Mille montagne, un solo colore, nessuna traccia d’uomo sui sentieri.
Solo, di notte, nella mia capanna, contemplo, pensieroso, la neve che cade […] poi scaldo il pennello col respiro e scrivo questa poesia.
Neve gelata sulle vicine montagne; nessuna traccia umana sul sentiero. Ogni giorno medito di fronte alla parete; ascolto la neve che cade sotto la finestra.
In particolare, l’immagine di Ryōkan che scalda il pennello col fiato è per me uno scorcio di bellezza assoluta. Con nitidezza lo osservo, come se fossi vicino a lui nella capanna.
Che la vostra vita sia felice!
Foto di Fritz Clever da Pixabay
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